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    02 novembre

    Relazione di Amerigo Iannacone a "S'io fossi fuoco..." 31/10/2009

     

    S’io fossi fuoco

    di Elena Grande

    Isernia, Libreria “La Luna e sei soldi”

    sabato 31 ottobre 2009

     

    Da studenti liceali (parlo di un secolo fa), eravamo tutti, per cosí dire, angiolieriani. Un po’ perché era l’epoca della contestazione (eravamo intorno al ’68) un po’ perché era l’età della dissacrazione, l’età in cui ci si sente in obbligo di trasgredire regole e convenzioni. E un dissacratore come Cecco Angiolieri esercita sempre, inevitabilmente, un fascino particolare sui ragazzi.

    Non era raro che facessimo in quegli anni delle parodie delle sue poesie – in particolare del suo piú noto sonetto “S’io fosse foco” – o che comunque ci si esercitasse a scrivere versi dissacratori o, piú semplicemente, ironici o satirici. Mi ricordo che io avevo iniziato un poemetto in terza rima, parodia in negativo della Divina Commedia, in cui mandavo all’inferno tutti i miei professori, descrivendo di ognuno le “colpe” e le pene nel segno del contrappasso.

    Cecco Angiolieri fu contemporaneo e corregionale di Dante. Nacque infatti, a Siena, nel 1260, cinque anni prima dell’Alighieri, e quasi certamente i due si conobbero anche di persona.

    Ma la poesia di Cecco Angilieri è costruita sul rovesciamento del modello stilnovista e sulla raffinata parodia di molti generi cortesi: il plazer (elenco di cose desiderabili), l’enueg (elenco di sgradevolezze) della poesia provenzale, il contrasto e cosí via.

    Sembrerebbe che in un primo tempo fra Dante e Cecco sia intercorso anche un rapporto di amicizia, un rapporto però che ben presto si incrinò e si ruppe e non poteva essere diversamente, se si tiene conto delle personalità assolutamente opposte dei due poeti. La rottura ci è testimoniata in particolare da una sorta di tenzone poetica che ebbe luogo fra i due, fatta a colpi di sonetti. Di questo duello letterario ci sono arrivati diversi testi di Cecco, ma nessuno purtroppo di Dante, dei cui componimenti possiamo solo intuire il contenuto leggendo le risposte dell’Angiolieri.

    I due poeti erano agli antipodi per idee, per personalità, per stile. Un solo esempio: la donna, che per Dante e per gli stilnovisti era un essere angelico, spirituale, l’anello di congiunzione fra l’uomo e Dio, per Cecco diventa tutto corpo e niente spirito.

    Dei sonetti della tenzone poetica memorabile “Dante Alighier, s’i’ so’ buon begolardo” che Cecco indirizzò al suo avversario probabilmente in risposta a uno di Dante, non pervenuto, in cui evidentemente il Divino Poeta gli lanciava delle accuse.

    Lo leggo:

    Dante Alighier, s’i’ so’ buon begolardo, [ciarlatano]

    tu me ne tien’ ben la lancia a le reni;

    s’i’ desno con altrui, e tu vi ceni;

    s’io mordo ’l grasso, e tu vi sughi el lardo;

    s’io cimo ’l panno, e tu vi freghi el cardo;

    s’io so’ discorso, e tu poco t’affreni;

    s’io gentileggio, e tu misser t’avveni;

    s’io so’ fatto romano, e tu lombardo.

    Sì che, laudato Idio, rimproverare

    poco può l’uno a l’altro di noi due:

    sventura o poco senno cel fa fare.

    E se di tal materia vo’ dir piùe,

    Dante, risponde, ch’i’ t’avrò a stancare:

    ch’io so’ lo pugnerone [pungolo], e tu se’ ’l bue.

    Ma oltre che con Dante a me verrebbe in mente di fare il raffronto con un altro poeta, vissuto un secolo prima, raffronto che potrebbe sembrare arbitrario e stravagante, ma che a pensarci bene non lo è poi tanto. Mi riferisco a Francesco d’Assisi.

    E mi fa piacere sapere che il secondo volume della collana in cui appare questo libro sarà dedicato al suo Cantico di Frate Sole.

    In effetti entrambi i poeti, Francesco d’Assisi e Cecco Angiolieri, erano nati in famiglie borghesi benestanti, senza problemi economici ed entrambi furono contestatori radicali. Ma, diverso, anzi opposto, fu il modo di contestare: Francesco rifiutò benessere e privilegi, rinunciò alla ricchezza paterna e agli agi, si spogliò di ogni avere, si vestí con un sacco di iuta e dedicò alla vita spirituale. Cecco, anche lui nato in una famiglia benestante, scialacquò la ricchezza paterna nelle bettole e nei bagordi, tanto che alla sua morte i figli rifiutarono l’eredità, che era carica di debiti.

    Di entrambi, però, di Francesco d’Assisi e di Cecco Angliolieri, possiamo dire che rifiutarono le convenzioni sociali, anche se scelsero vie opposte: il primo quella del misticismo, il secondo quella dei bagordi e della vita scellerata.

     

    Il sonetto piú famoso di Cecco Angiolieri è senza dubbio “S’i’ fosse foco”. Di primo acchito potrebbero sembrare parole di un sovversivo, ma cosí non è. Si tratta, piú che altro, di un gioco, di un divertissement.

    Sono piuttosto, direi, le parole di un irriverente e di un goliardo, e anche, se volete, di un provocatore e, in un qualche misura, di un nichilista. Con termini moderni, direi un po’ anarchico e ribelle un po’ gaudente bohemien.

    Se questi è Cecco Angiolieri, in un certo senso unico e irripetibile, è certo impresa ardua confrontarsi con lui (o con un suo sonetto) e schivare il rischio della banale parodia o di un tentativo di imitazione che non può che essere, ovviamente, impari.

    Perciò il compito assegnato ai poeti presenti in quest’antologia non era certo cosa facile.

    Intanto vorrei dire due parole sulla curatrice, anche se credo la conosciate tutti. Elena Grande è uno di quei rari esempi di persone che fanno cultura e che fanno politica. Che si dedicano alla politica, ma non dimenticano la cultura. Elena è stata vicesindaco di Macchia d’Isernia e Assessora alla Cultura per diversi anni e molte iniziative di carattere culturale sono dovute alla sua volontà, alla sua apertura mentale e alle sue capacità organizzative. In particolare è partita da lei l’iniziativa del Premio Letterario “Macchia d’Isernia”, di cui si sono avute tre fortunate edizioni. Alle ultime elezioni, svoltesi la primavera scorsa, Elena è stata candidata a Sindaco, ma non ha vinto (com’è noto, la cultura – purtroppo – non paga) e il Premio Letterario è saltato. Speriamo che possa riprendere.

    Elena è poetessa e scrittrice e anche editor per la casa editrice Albus. Prima di quest’antologia, ne aveva curata un’altra, di racconti, dal titolo “Scooter ...con le ali ai piedi”, con prefazione di Federico Moccia.

    E veniamo alle poesie di quest’antologia. Come se la sono cavata gli autori, di fronte al compito loro assegnato? Direi che alcuni, quelli piú autentici, se la sono vacata molto bene, e sono quelli, direi, che maggiormente si sono allontanati dalla parodia e, però, hanno espresso i propri sentimenti (o, a volte, risentimenti). Troviamo moti di rabbia, alternati a versi di passione civile, troviamo il libero sfogo, il dileggio, lo scherzo e lo scherno, e troviamo a volte l’ironia e anche la satira.

    Le poesie sono molto varie, sia per contenuto, sia per stile, sia per forma.

    A volte la poesia si risolve in una battuta (come per esempio nel testo “...Beh, pazienza... tanto!” di Ivano Giacomelli e in “Accadde in paradiso” di Fulvia Marconi; altre volte troviamo la rabbia, come in “Ira” di Carlo Scioli, altre volte il componimento si risolve in un gioco di parole, come in “Libero pensiero in libera mente” di Armando Bettozzi, o in un gioco linguistico, come in “La -eta” di Irene Caliendo. In Roberta D’Andrea, che è la nostra ospite ospitante, la poesia, “Al tuo ventre di sole”, diventa sensuale, e Daniela Del Core se la prende con gli editori, che non danno spazio ai poeti. «Mandando lettere all’editore / – scrive – ho collezionato / rifiuti imperscrutabili / dinieghi accecanti / laceranti responsi. / ho spedito tutte le opere / ho letto tutte le clausole / arso tutte le speranze».

    Alcune poesie sono molto serie, come “Anni di silenzio” di Alessandra Mura, storia di una violenza in famiglia, altre sono leggere, ma gradevoli, come “L’ora giusta”, di Salvatore Grieco, un sonetto che innalza una lode alla pausa caffè.

    A volte la poesia è uno sfogo, come confessa Teresa Anna Bicciai, in “Punto folle”: «Ho l’istinto maledetto certe notti; / un bavaglio oscuro zittisce l’estensione del respiro / e la mente forsennata si dimena / come un guscio troppo pieno, e allora scrivo».

    E mi piace citare il breve testo di Francesco Brunetti, una quartina dal titolo “Ben-pensante”: «Quanto ti odio per averti amato, / quanto mi odi per non aver capito, / ma se ci pensi bene è piú gradito / ch’aver l’anello al naso averlo al dito.»

    La poesia di Elena Grande, parte con un’anafora simile a quella di Cecco Angiolieri, “Se potessi...”, ma non è dissacratoria come quella del poeta senese. C’è piuttosto un senso di rabbia contro le ingiustizie, contro cui la nostra poetessa vuole combattere perché, scrive, «Penso al mondo che vorrei / regalare ai figli miei». Mentre Cecco ai figli aveva lasciato, come ho già detto, solo debiti. Vuole essere piuttosto, direi, una poesia edificante.

    Tra le poesie migliori dell’antologia ci sono quella di Giuseppe Napolitano e quella di Aldo Cervo. Qualcuno di voi potrà pensare che il mio giudizio è influenzato dall’amicizia che ci lega, ma non è cosí. Caso mai è il contrario, nel senso che l’amicizia è conseguenza della stima per il poeta.

    Il titolo del testo di Giuseppe già ci fa capire il tema: “Ad un oratore che abusa della retorica (e della pazienza altrui...) e viene mandato a quel paese, con il termie esplicito, ormai sdoganato dalla televisione e sponsorizzato da Beppe Grillo che l’ha addirittura preso come slogan per una manifestazione di piazza.

    Il testo di Aldo Cervo, “S’io potessi...”, ci porta piuttosto nell’atmosfera e nell’ironia di poeti un po’ piú vicini, come il romano Giuseppe Gioacchino Belli, il milanese Carlo Porta o il veneziano Giorgio Baffo. È un perfetto sonetto classico, che dimostra tra l’altro l’abilità di Aldo nel maneggiare il materiale linguistico.

    Scorrendo tutta l’antologia, troviamo stili diversi, dettati diversi e resa poetica anche, ovviamente, diversa. La forma e gli stili variano da autore ad autore. Si va dalla rima baciata al verso libero, al verso scomposto in parole libere.

    Qualcuno ha voluto imitare lo stile di Cecco Angiolieri, qualcuno lo spirito. Se c’è una cosa che accomuna buona parte delle poesie, e in un certo senso accomuna gli uomini, è la rabbia repressa o inespressa che qui si fa palese. Ma è una rabbia piú che altro contro le storture del mondo.

    Tutto sommato l’idea di questi “Aquiloni” che vogliono legare testi contemporanei a testi classici è buona e attendiamo il secondo che sarà dedicato a Francesco d’Assisi.

     
    Amerigo Iannacone

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